LA MATURITÀ DEL TEMPO NELLA PERFORMANCE MUSICALE

Nel lavoro quotidiano con gli studenti emerge un dato chiaro e costante nell’esecuzione musicale. Con il passare degli anni la tenuta del tempo diventa più solida. Perde rigidità, meccanicità, sensazione di ansia e tensione interna, assumendo una stabilità più naturale. È come se il rapporto con la pulsazione cambiasse forma.

Nei musicisti giovani il tempo appare spesso come qualcosa da rincorrere. Nei più maturi emerge una sensazione diversa: il tempo sembra reggersi da solo.

Tra i ragazzi, soprattutto in età adolescenziale, la tendenza a correre durante l’esecuzione ha anche una base biologica.
Dal punto di vista neurologico, la corteccia prefrontale, responsabile del controllo e della gestione del tempo, non è ancora completamente maturata. Raggiunge una piena maturazione solo dopo i vent’anni avanzati. Ne deriva una capacità di autoregolazione ancora in via di consolidamento. Il ragazzo percepisce il tempo, ma incontra difficoltà nel renderlo stabile.

A questo si affianca un sistema dopaminergico particolarmente attivo. La dopamina favorisce l’azione rapida e l’anticipazione. In musica questo si manifesta come urgenza di arrivare, accelerazioni inconsce e difficoltà a rimanere nella pulsazione.

Esiste poi un aspetto motorio. Il sistema neuromuscolare giovane privilegia velocità e reattività più dell’economia del gesto. Il corpo è predisposto allo scatto più che al sostegno. Per questo il tempo tende a essere spinto in avanti anziché appoggiato.

Si aggiunge infine un aspetto cognitivo-musicale. Il giovane studia spesso con l’attenzione concentrata sui passaggi critici e sulla possibilità di errore. Quando la mente è occupata dal controllo, la gestione del tempo si riduce. La corsa nasce dal bisogno di superare il punto difficile, non da una scelta musicale.

Con l’età questi fattori tendono a riequilibrarsi. La corteccia prefrontale consolida il controllo, la spinta dopaminergica si attenua, il gesto diventa più economico e l’attenzione si sposta progressivamente dal fare al sentire. Il tempo smette di essere anticipato e viene sostenuto.

La tendenza a “correre” nelle esecuzioni giovanili rientra in una fase fisiologica dello sviluppo musicale e corporeo. Rappresenta una modalità temporanea di rapporto con la pulsazione, legata al processo di maturazione.

Il ruolo dell’insegnante consiste nell’accompagnare lo studente verso il riconoscimento dei momenti di instabilità ritmica, rendendo il tempo percepibile attraverso il corpo e l’ascolto. Cantare ciò che si suona, lavorare sul movimento e rendere evidente la pulsazione nello studio favoriscono una progressiva interiorizzazione del flusso temporale.

Questa osservazione trova riscontro anche nella ricerca scientifica.
Lo studio The ageing musician: Evidence of a downward trend in song tempo as a function of artist age, condotto da Geoff Luck e Alessandro Ansani presso l’Università di Jyväskylä, ha analizzato 14.556 registrazioni pubblicate tra il 1956 e il 2020 da artisti con carriere di lunga durata, superiori ai vent’anni.

L’analisi ha confrontato le incisioni degli stessi musicisti in momenti diversi della loro carriera, mettendo in relazione il tempo medio delle performance con l’età anagrafica degli interpreti. Per limitare l’influenza delle mode stilistiche e dei cambiamenti storici dei generi musicali, sono stati utilizzati modelli statistici capaci di separare l’effetto dell’età da quello del periodo di pubblicazione. I dati non descrivono un comportamento individuale obbligato, ma un andamento medio statisticamente significativo, che emerge dall’osservazione longitudinale di un ampio campione.

I risultati mostrano una tendenza chiara e costante: con l’avanzare dell’età, il tempo medio delle esecuzioni tende a diminuire in termini metronomici, mentre la percezione del tempo si amplia e si stabilizza.

La diminuzione avviene in modo graduale, come se il musicista riorganizzasse nel tempo il proprio rapporto con la pulsazione.

Dal punto di vista musicale, ciò che fisiologicamente rallenta si traduce spesso in maggiore stabilità ritmica, in un gesto più essenziale e in un ascolto interno più profondo. Il tempo viene sostenuto e abitato.

È lo stesso fenomeno che emerge nella pratica didattica quotidiana. I musicisti più maturi, pur con minore slancio motorio, mostrano una maggiore affidabilità nella gestione del tempo. Ciò avviene perché lo sentono e non perché lo inseguono.

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